| Finalmente!!! Si, dispiace ripetermi, ma come accennato nell'intervista precedente, sembra quasi che la sfiga abbia preso di mire il nostro povero sitarello (Apone docet, NdBeppe), perciò mi scuso con gli amici Dark Horizon e con i loro fan, per il ritardo con cui quest'intervista viene pubblicata. Dunque, era già qualche annetto che non mi trovavo a scambiare quattro chiacchiere con il loquace Alessandro "Batto" Battini, ovvero dai tempi del loro debut album "Son of Gods" uscito oramai qualche annetto fa sotto l'egidia dell'allora neonata Steelborn records. Come si suol dire in queste occasioni, di acqua ne è passata sotto i ponti, infatti di cambiamenti, e anche drastici, i Dark Horizon ne hanno avuti in questo breve periodo della loro attività discografica, prima di tutto un cambio radicale a livello di line up, con il conseguente ingresso in formazione di tre nuovi membri, poi una virata stilistica veramente degna di nota, con conseguente iniezione vitale di sonorità molto più vintage ed hard rock oriented, ed infine il passaggio dalla sussidiaria Steelborn records, alla ben più importante Northwind records. Come vedete di carne al fuoco ce ne tanta, quindi come al solito vi esorto sensibilemnte a leggere con attenzione quest'intervista "face to face" con quella che si appresta adiventare una delle migliori realtà classic metal italiane, quindi...... Ciao Alex, e grazie di cuore per tutto il tempo che ci hai voluto dedicare, quindi, con la prima domanda vorrei chiederti che cos’è successo realmente alla band dopo l’uscita del vostro debut album “Son of gods”?
“Ciao Beppe, grazie a te per lo spazio che ci concedi. A novembre 2001 subito dopo l’uscita di “Son of gods” il vecchio cantante, con bassista e batterista, hanno formato una cover band degli Iron Maiden ed i ragazzi pretendevano che io e Daniele li chiamassimo una volta che la stesura dei pezzi per il nuovo album fosse completata, in modo tale da lasciar loro lo spazio di suonare live con la cover band. Ovviamente non abbiamo accettato ed abbiamo cominciato a darci da fare per trovare i nuovi componenti e devo dire che siamo stati bravi e fortunati, perché dopo soli tre mesi eravamo già al completo”.
Una situazione molto sconcertante, non c’è che dire, ma dimmi, dove avete trovato la forza per andare avanti tu e Daniele? Credo che molti musicisti nelle vostre stesse condizioni avrebbero, giustamente, mollato e gettato la spugna, voi invece no…..attaccamento alla maglia come si diceva nella recensione?
“Beh in parte c’era la voglia di non far morire la nostra creatura “Dark Horizon” che avevamo creato nel 1996 ed a cui eravamo molto affezionati e poi, con un contratto di tre album firmato, non ci sembrava il caso di buttare tutto all’aria. Sapevamo di aver ancora qualcosa da dire, non ci siamo persi d’animo, abbiamo tirato fuori i cosiddetti ed ora eccoci qua a presentare “Dark light’s shades”, una soddisfazione personale, alla faccia di chi ci credeva già morti e sepolti”.
Complimenti per la campagna nuovi acquisti, vuoi presentarci meglio i nuovi arrivati a cominciare dal talentuoso vocalist Roberto Quassolo? Qualcuno di loro ha materialmente partecipato alla stesura dei nuovi brani? E se non è troppo, pensi che questa line up possa essere realmente quella definitiva?
“Alla batteria è tornata una vecchia conoscenza dei fan dei DH: Luca Capelli che aveva registrato con noi il primo demo tape “Legend in opera”. Per quanto riguarda il vocalist, devo ammettere che aver trovato Roberto Quassolo è stato un colpo di fortuna. Soprattutto se si pensa che il quartier generale dei DH è Piacenza e Roberto è di Pavia. Il nostro è stato un incontro del tutto casuale in un negozio di dischi di un amico. Ed il bassista, Davide Marino, è arrivato nei DH proprio grazie a Roberto, suo vecchio compagno di studi. Tutti e 5 crediamo molto in questo progetto e mi auguro che questa sia la line up definitiva. Abbiamo collaborato tutti alla stesura dei brani e mi pare che l’alchimia che si è creata abbia permesso di comporre un disco competitivo”.
“Dark Light’s Shades” segna il passaggio dalla succursale Steelborn alla Northwind records, una sorta di promozione acquisita sul campo mi pare di capire, è così?
“Direi proprio di si, anche perché il passaggio dalla Steelborn alla Northwind è stata decisa dopo l’ascolto dei provini dell’album da parte del nostro produttore. Per noi è stato motivo di grande soddisfazione soprattutto perché abbiamo impiegato, tra stesura dei brani ed arrangiamenti, due anni di lavoro”.
Nella mia recensione ho parlato di maturazione artistica, di evoluzione stilistica, tu cosa puoi dirci in merito? Cosa pensi sia cambiato realmente nell’approccio compositivo e di stesura finale dei brani? Forse una maggiore consapevolezza delle proprie capacità artistiche e comunicative?
“Innanzitutto siamo cambiati noi, come musicisti e come uomini. Una maturazione era inevitabile, ma credo che “DLS” non rappresenti la naturale evoluzione di “SOG”, ma una decisa sterzata verso sonorità più raffinate, orchestrali e, se vogliamo, moderne, andando però a ripescare anche le nostre radici (il prog rock anni ’70). Durante la composizione tutti abbiamo lavorato in funzione della canzone, evitando solismi superflui che non avrebbero fatto latro che appesantire i pezzi, puntando soprattutto sull’emotività della musica”.
Un album che, analizzato passo dopo passo, non denota alcuna caduta di tono, come se le track che ne fanno parte, fossero state scelte adeguatamente fra decine e decine di altri brani, è così? Ci sono altre tracce provenienti da quella sessione di registrazione che non sono entrate a far parte del disco?
“Per “DLS” nulla è stato lasciato al caso. Con questo non voglio dire che i brani siano stati scritti a tavolino, per carità, ma posso affermare che abbiamo studiato ogni cosa nei minimi particolari, affinché fosse tutto perfetto. Durante la fase di composizione abbiamo scartato decine e decine di melodie ed un paio di brani sviluppati solo in fase embrionale che poi non abbiamo portato alla fine perché non ci soddisfacevano. Sul disco non è finito un pezzo strumentale – orchestrale dal titolo “Serena”.
Penso che Daniele abbia fatto un lavoro assurdo a livello di produzione, non credi? Pensi che in futuro potremmo parlare degli Elfo studio come dei nuovi New Sin?
“Ad essere sinceri abbiamo voluto distanziarci il più possibile dal “New-Sin-sound”, poiché ultimamente le uscite delle band italiane avevano sonorità un po’ troppo omogenee e simili tra loro, cercando una resa calda ed avvolgente. Abbiamo puntato sulla resa dei singoli strumenti e degli arrangiamenti, evitando la tipica batteria triggerata pompata a mille che spesso appiattisce la profondità del suono. E sono convinto che, in questo senso Daniele abbia svolto un lavoro egregio ed abbia trovato il mood perfetto per la band, estremamente competitivo, che può competere con i grandi nomi della scena internazionale. Gli Elfo sono uno studio estremamente moderno ed all’avanguardia e già molte band se ne stanno accorgendo”.
Com’è nata la collaborazione con lo storico Sacha Paeth autore del mastering finale del disco?
“Per noi, poter collaborare con un guru come Sascha Paeth, è stata la realizzazione di un sogno. Appena il nostro produttore ci ha ventilato la possibilità di effettuare il processo di mastering ai rinomati Gate studio di Wolfsburg, non ci abbiamo pensato su due volte ed abbiamo contattato Sascha. Ed una soddisfazione ulteriore ci è venuta dal fatto che ha accettato di collaborare con noi solo dopo aver ascoltato l’album! Sascha è una persona davvero squisita, gentilissima, oltre ad essere un grande professionista!”
…..e la collaborazione con il quartetto d’archi presente sulle note della suadente “Flying in the wind”?
“Più che una collaborazione è stato un investimento fatto personalmente dalla band. Abbiamo creduto che l’utilizzo del quartetto d’archi avrebbe creato un atmosfera unica nel lento acustico “FITW” e credo che abbiamo avuto ragione”
Mi parleresti in modo più dettagliato delle liriche legate ai singoli brani, cercando di soffermarti sulla splendida suite “Hannibal the Carthaginian”? Come e a chi è nata l’idea di quel brano?
“I testi dei brani sono molto vari. Si passa dalle antiche leggende narrate in “Painted in blood” e “Master of the bright sea”, passando a metafore della vita rilette in chiave epica come “The spell you’re under” e “Dragon’s rising”. Non mancano testi più introspettivi come “Victim of changes” e “Flying in the wind”. La trilogia sulle vicende di Annibale è stata una mia idea che Roberto ha colto al volo. I tre testi da lui composti sono la lettura di tre momenti della vita del condottiero cartaginese, analizzando la sua figura oltre che come eroe storico, anche come uomo. In “The Oath” c’è la promessa fatta al padre Asdrubale, in “The glory” il passaggio del potere dalle mani di Annibale dopo l’uccisione del padre da parte dei Romani, in “The weeping” è descritta la sconfitta finale dell’eroe”.
Molti dei brani del nuovo platter mi sono sembrati molto più diretti che in passato, con un approccio melodico davvero encomiabile, anche il tuo lavoro alle tastiere risulta essere molto più hard rock che in passato, come per dire “no more clavicembalo”?
“La ricerca della melodia è, senza alcun dubbio, un punto fermo dell’album. Abbiamo cercato melodie che entrassero subito nella testa dell’ascoltatore, ma, nello stesso tempo, che non fossero banali talvolta vicine all’hard rock. Tutto il resto poi è venuto di conseguenza ed è normale che anche le tastiere siano andate di pari passo con l’atmosfera dei brani. Nel disco c’è sempre l’impronta sinfonica del mio modo di suonare, ma ho voluto evitare i barocchismi, soffermandomi sull’enfasi degli arrangiamenti, sulla teatralità degli archi e sul timbro caldo del pianoforte a coda. In alcune parti ho suonato anche l’Hammond con il lesile, per dare un impronta più vintage dove era richiesto”.
I miei brani preferiti sono “Painted in blood”, “Master of the bright sea” e “The spell you’re under”, e i tuoi? Pensi realmente che ci sia un brano che in qualche modo possa rappresentare al meglio il nuovo corso intrapreso dai Dark Horizon?
“Credo che solo il disco nella sua interezza possa rappresentare la band. Personalmente il mio brano preferito è “The oath” perché abbraccia tutte le sfaccettature del Dark Horizon – sound. Comincia con un duetto paino e voce, prosegue come un mid tempo con l’ingresso dell’orchestra, è impreziosito da un ritornello arioso e nel solo è una sfuriata power metal in doppia cassa. Il tutto perfettamente inserito in una sola canzone”.
So di averti rotto le palle già per tanto tempo, ma trovo che il riff portante del brano “Victim of changes” sia molto Queensryche-inao, ti pare?
“Non lo posso negare, i punti di contatto sono molti, ma se citi i Queensryche la cosa non può che farci piacere. Io lo trovo anche riconducibile a qualcosa dei Savatage, perché le chitarre sono molto pesanti e l’orchestra entra in modo molto solenne”.
Se non sbaglio avete già avuto la possibilità di proporre più volte in sede live i nuovi brani, qual è il feedback che hai potuto notare da parte del pubblico?
“Il pubblico ha sempre risposto in modo molto caloroso ai nostri concerti, ma soprattutto attento. I brani sono entrati subito in testa e già dopo un ascolto la gente canticchiava i ritornelli, segno che abbiamo fatto centro.”
Che mi dici del bagno di folla al concerto di supporto ai Domine?
“E’ stata una bellissima esperienza, più che un concerto un massacro! C’era tantissima gente, tutti defenders calorosissimi. Hanno cantato, pogato, ci hanno supportato a dovere, anche se molti di loro non ci conoscevano ancora. Gli stessi Domine ci hanno fatto i complimenti: speriamo si possa ripetere ancora”.
Dimmi la verità, cosa ti aspetti realmente dall’uscita di un lavoro superbo come “Dark Light’s Shades”? Un successo a livello di vendite, o solo un gran, e meritato, riconoscimento con conseguente gratificazione personale?
“Già il fatto di aver ricevuto dagli addetti ai lavori, sinora, solo riscontri positivi è una soddisfazione. Non ci aspettiamo un boom di vendite, visto il periodo di crisi in cui è il mercato del disco; il nostro sogno sarebbe quello di poter supportare qualche band in un tour, magari a livello europeo. Noi incrociamo le dita”.
Voi avete assistito, facendo anche parte, al boom della scena metal italiana del periodo 1995/1999, quando molti giornali facevano a gara ad immortalare dischi che poi, risultavano essere delle mezze cagate, mentre oggi che, secondo un mio personale punto di vista, vengono pubblicati ottimi dischi, si fa a gara a denigrare l’operato di queste band, non credi che molti giornalisti dell’epoca dovrebbero avere almeno il coraggio di mantenere una propria coerenza di giudizio? E ancora, non pensi che se il vostro disco fosse uscito in quegli anni, forse avrebbe avuto più “successo”?
“Sono pienamente d’accordo con te. Se prima si faceva a gara per glorificare le band italiane ora sembra che i giornalisti di casa nostra facciano apposta a stroncarle, indipendentemente dalla qualità degli album. Proprio ora che all’estero si sono accorti della qualità delle nostre band, in Italia si evita di supportare a dovere anche chi lo merita. Sull’operato dei giornalisti non voglio fare commenti, anche perché faccio il giornalista di professione e non ho una bella considerazione della categoria. Per quanto riguarda il primo disco se fosse uscito nel ’99, quando era pronto, invece che nel 2001, avrebbe sicuramente avuto più eco, ma purtroppo è andata così”.
Segui ancora con passione la scena musicale del nostro paese? Qual è la band, e quindi il disco, di metal italiano che ti ha realmente affascinato ultimamente?
“Ho sempre avuto una passione viscerale per la scena italiana e sono contento che alcune band di cui ho acquistato il demo qualche anno fa abbiano potuto esordire con un vero album, ma ultimamente non ho trovato nuove band italiane degne di nota. Per fare un nome un po’ meno underground devo ammettere che l’ultimo Vision Divine mi ha affascinato notevolmente. Se dovessi stilare una mia personalissima playlist di fine anno sarebbe sicuramente al primo posto”.
Ok, siamo realmente alla fine, ti ringrazio ancora per la tua disponibilità, vorrei che chiudessi l’intervista a modo tuo non prima d’aver salutato i pochi lettori che sono riusciti ad arrivare alla fine di quest’intervista.
“Ringrazio tantissimo te Beppe e Defenders of Steel per lo spazio che ci avete dedicato. Invito tutti i lettori a visitare il nostro sito www.sonofgods.com e dare un occhio alle date live, se passiamo dalle vostre parti venite a sentirci! Inoltre spero che chi ama le sonorità di metal melodico e di power raffinato ed orchestrale possa ascoltare “Dark light’s shades”, sono sicuro non deluderà le aspettative. GLORY TO THE LORD!.
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