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Reason And Truth
genere: Power / Prog metal
anno di pubblicazione: 2003
etichetta: Underground Symphony
voto: 8
Concept  

line up:
Gianni Carcione - vocals
Mariano Croce - guitar
Andrea Mastroianni - keyboards
Andrea Arcangeli - bass
David Folchitto - drums
site: www.conceptsymphony.com
E no ragazzi, se continua così, dubito seriamente di riuscire ad arrivare a fine anno!!!! E si, sembra proprio che non ci debba essere pace per le mie povere coronarie, così ad appena una settimana dall’ascolto dell’opera prima degli Orion Riders, vengo nuovamente fulminato da un’altro disco di debutto.
Stupendo, veramente stupendo!!!! Si, a volte trovo che sia alquanto difficile fare capire a parole, le sensazioni e le emozioni che si provano nell’ascoltare un disco di questa portata, e si vorrebbero cercare nuovi vocaboli e aggettivi vari per definirlo, quando credo sia più facile essere schietti e sinceri.
E si, questo “Reason and truth”, opera di debutto per i romani Concept, era uno di quegli album che personalmente attendevo con ansia, anche perché ho seguito, anche se da lontano, l’evoluzione compositiva di questa giovane realtà tutta italiana, sin dal loro timido esordio come About Travers Track, band che, seppur giovane ed inesperta, lasciava già intravedere un futuro pieno di speranze e tante certezze, che naturalmente si sono realizzate su questo ottimo disco di debutto.
Evoluzione compositiva dunque, che ha visto la band abbandonare le proprie coordinate sonore primitive, atte a risaltare un power metal neoclassico di stampo Malmsteen-iano, in favore di un metal progressive più complesso ed articolato, che risulta il giusto connubio fra lo speed/power metal di band come Projecto e Shadows of Steel, e il progressive metal di acts più celebri come Elegy e Conception.
Una band che dimostra più con i fatti che con le parole, di avere tutte le carte in regola per mettere d’accordo entrambe le frange di sostenitori, grazie anche ad un’attitudine e ad una preparazione tecnica e strumentale, davvero fuori dalla comune portata, che permette ai nostri di districarsi attraverso un tessuto sonoro a volte tremendamente intricato, figlio dell’amore incondizionato per certe atmosfere seventies contenute nel DNA di mostri sacri come Yes, King Crimson ed ELP, il che congiunto ad una cura per gli arrangiamenti quasi maniacale e ad una produzione, questa volta davvero di prim’ordine, caratterizza un album di debutto davvero strabiliante.
A tal uopo provate ad ascoltare le atmosfere intriganti di “Seps III (Paradoxical)”, un perfetto mosaico sonoro in cui, tassello dopo tassello, si intersecano l’attitudine prog rock a la Premiata Forneria Marconi, il progressive metal di band come Helreid e Steel Gallery, il tutto caratterizzato da una prova vocale davvero entusiasmante in grado di richiamare alla memoria le gesta del primo Andrè Matos e del mai dimenticato Robert Bruccoleri dei Projecto, di sicuro il vocalist al quale il nostro Gianni Carcione si avvicina più sensibilmente, o la cover dei canadesi Sword “Sweet dreams” dell’omonimo album, a cui i nostri, pur riuscendo a mantenere le stesse coordinate sonore molto Sabbath-inae, riescono a dare nuova linfa vitale attraverso una rilettura classicamente prog, che a me ha ricordato un sacco gli Evil Wings, con tanto di stacco jazz-ato posto dopo il bridge, roba da fare accapponare a pelle.
Un discorso a parte credo che se lo meriti invece l’accattivante “Living a lie”, introdotta dallo splendido strumentale “The answear II” che mi ha ricordato qualcosa dell’Enya degli esordi, un brano legato a doppio filo agli Elegy e a quel “Labyrinth of dreams”, dal quale pare ereditare quell’attitudine hard rock in possesso della band olandese nell’era Hovinga, mentre la malinconica “Death of reason”, sembra addirittura fuoriuscire dalle trame sonore di un capolavoro come “Empire” dei Queensryche, credetemi non dico cazzate!!!
Perciò, con dei brani di questa portata, sembra quasi imbarazzante dover ammettere che, delle pur valide power track come “The (soul time) time”, dinamico up tempo giocato fra accelerazioni in doppia cassa e aggressivi riffing di chitarra, o della splendida “Power after power”, molto più lineare e diretta, delineata da quel gusto marcatamente ottantiano, che le dona quel sapore vagamente retrò, pur conferendo valore alla band, sembrano quasi isolarsi dal contesto sonoro venutosi a creare. Un disco dunque completo e maturo, che ci mostra una band in crescita esponenziale, alla quale non potete di certo negare il vostro apporto più incondizionato, anche perché se lo meritano davvero.
Concept, segnatevi il loro nome perché sono sicuro che ne sentirete parlare ancora per tanto tempo.

       
by: Beppe Diana
 

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