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| Golden Dawn
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genere: Power Metal
anno di pubblicazione: 2003
etichetta: Underground Symphony
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voto: 10 |
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| Arthemis
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line up: Alessio Garavello - vocals
Andrea Martognelli - guitar
Matteo Ballottari - guitar
Matteo Galbier - bass
Paolo Perazzani - drums
site: www.arthemisweb.com
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Capolavoro assoluto, non ci sono altre parole per definire il come back discografico dei veronesi Arthemis. Si, come poter definire altrimenti un album della portata di questo “Golden dawn” che, in soli quaranta minuti di durata, ci fa rivivere tutte le emozioni che la musica hard’n’heavy contemporanea elargisce da quindici anni a questa parte, e che finalmente riesce, nel non facile compito, di mettere d’accordo un po’ tutti, dai semplici fruitori di musica metal, agli addetti ai lavori? E allora lasciamoci andare almeno una volta, e “diamo a Cesare quello che è di Cesare”, si perché di album di questa portata, ne escono uno ogni cinque/sei anni, l’ultimo che ricordi, lo strepitoso “When the aurora fall” dei grandissimi Highlord. Giunti con il presente “Golden down” a varcare la fatidica soglia del terzo platter, dopo l’esordio “Church of the holy ghost” andato letteralmente a ruba, a cui ha fatto seguito il fortunatissimo “The damnation ship” dello scorso anno, album che li ha imposti di prepotenza sul mercato nipponico come una delle più fulgide rivelazioni del panorama power europeo, i cinque veneti in questione, ci dimostrano, non solo di riuscire a fare meglio del precedente album, ma addirittura di piazzare il colpaccio, grazie ad uno stile compositivo che raggiunge in questa occasione la giusta quadratura, mantenendo altresì alto il livello delle composizioni, e ad una serie di brani più snelli e diretti che in passato, nonché alle doti personali dei suoi componenti che, in più di un’occasione, mettono in evidenza una maturazione artistica ed una crescita esponenziale davvero di primo rango. "Keeper Of The Seven Keys" parte terza, ecco come potrei definire in poche parole quest’album, e non dico cazzate, anche perché, è innegabile non ammettere che, in più occasioni, il songwriting dei nostri, collimi alla perfezione con quello delle famose zucche di Amburgo, e gran parte del merito va alla rinnovata verve canora dello splendido, musicalmente parlando, Alessio Garavello, che sembra davvero aver preso in consegna le lezioni impartite dal grande Micheal Kiske , quello appunto dei due “Keeper…”, ma mi sembrerebbe forse riduttivo, anche perché finirei per togliere gran parte del merito ad una band che, dimostra più con i fatti che con le parole, di non essere la solita “fotocopiatrice” ambulante, come nelle migliore delle tradizioni finnico/svedesi (chi ha detto Sonata Artica, Celesty e Dream Tale, alzi la mano please, NdBeppe), riuscendo a rileggere i dettami dei maestri, facendoli propri, rendendoli addirittura il più possibile personali. Riffing ossessivi, drumming imponente, cori e ritornelli di facile presa, memorizzabili dopo il primo ascolto, ecco quali risultano essere i cardini qualitativi sulle quali i nostri riescono ad erigere il proprio status di grandeur, e brani della portata della disarmante “Black Rain”, che potrebbe benissimo fungere da ipotetico singolo, e che in qualche modo richiama i momenti più ludici dei vecchi Helloween di “Dr.Stain” o “I want out” e scusate se è poco, impreziosita dal guitar working della coppia Martongelli/Ballottari davvero sopra le righe, lo dimostrano in pieno. E mi piace immaginare il buon caro vecchio Weikath, intento a contorcersi il fegato, e magari a mangiarsi le palle all’ascolto di vere mazzate metalliche come l’opener “Fire set us free”, power/speed metal all’ennesima potenza, roba da pogo scatenato, o della più hard rock oriented “From hell to hell” che in qualche modo richiama gli Heaven’s Gate più melodici ed introspettivi. E che dire delle melodie dal vago sapore orientale di “Arthemis”, che strizzano l’occhio ai Kamelot del capolavoro “Karma”, o del piccolo capolavoro “The traveller” più Helloween-iana di quanto gli stessi Helloween abbiano saputo proporci negli ultimi anni, o la cover degli storici Heavy Load "Might for right"? Detto che sia produzione che packing sono di una qualità davvero eccellente, non mi resta che consigliarvi caldamente l’acquisto del suddetto cd, anche perché, se siete rimasti di sasso all’ascolto di quella ciofeca a titolo “Rabbit don’t come easy”, o semplicemente credete che gli Stratovarius del nuovo corso possano in qualche modo competere con nuova Laura Pausini, sappiate che gli Arthemis potrebbero regalarvi minuti di assoluta gioia interiore, cosa state aspettando?
P.s. Micheal se sei in ascolto e stai leggendo questa recensione, ti prego, prova a farti un giro dalla parti di Verona, non si sa mai dovessi ritrovare l’ispirazione!!!
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