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| Destiny
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genere: Hard 'N' heavy
anno di pubblicazione: 2004
etichetta: Ljyl Rec.
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voto: 7.5 |
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| Angelo Perlepes’ Mystery
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line up: Angelo Perlepes – guitar
Dimitris Sirgiannis – vocals
Takis Avramopoulos – bass
Jhon Christopoulos – drums
site: www.angeloperlepesmystery.com
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Per i fan più accaniti e integerrimi dell’underground più oscuro, torna a farsi sentire, a tre anni di distanza dal precedente, ed ottimo, “Fatal Passion”, anche il guitar maestro Angelo Perlepes, eclettico chitarrista greco a capo dei Mystery, band autrice fra l’altro di altri due splendidi platter editi dalla Unisound records, e lo fa con un album, il qui recensito “Destiny”, che, se da un lato non fa altro che continuare il discorso musicale intrapreso dal nostro nelle precedenti release, dall’altro potrebbe in qualche modo affossare le potenzialità della band in questione, per via di una qualità sonora davvero al limite dell’accettabilità. Mettiamo subito le mani avanti, chi come il sottoscritto conosce bene il buon Angelo, sa benissimo che, un artista del suo calibro, innamorato da sempre degli anni settanta, e da sempre in lotta contro tutto quello che fa”tecnologia”, mai e poi mai potrà accettare di sottomettersi alle leggi di mercato, e piuttosto di dover rinunciare alla propria indipendenza artistica, e sottostare al volere dei label manager, ha deciso di fare tutto per conto proprio, producendo interamente il suo quarto disco, con tanto di registrazione analogica, proprio come si usava fare nei seventies, adoperandosi naturalmente anche nel packing finale del disco in questione. Capirete benissimo che, per abbattere i costi un po’ su ogni versante, a qualcosa si è dovuto pur rinunciare, e questo qualcosa è certamente attribuibile ad una resa sonora non proprio eccelsa che, per via di un mixaggio finale ed un mastering non proprio ad oc, produce a volte un sound abbastanza caotico e fuorviante. Fuorviante, si, anche perché, secondo un mio opinabile punto di vista, i Mystery hanno tutte le potenzialità per piacere a chi ama la musica viscerale, suonata con sentimento ed incisività caratteriale, quella stessa musica che ti sgorga dalle vene e che prende forma nell’hard rock etereo ed intenso di matrice inglese anni ‘70. Un talento musicale spiccatamente innato, molto fluido ed istintivo, caratterizzato, e questo si sente, da anni ed anni di studi sul proprio strumento, sotto la perenne influenza ed ispirazione di maestri come Ritchie Blackmore, UJ Roth e del nostro Antonio Panaganini, naturalmente, le stesse muse ispiratrici del semidio Malmsteen, anche se, a differenza di quest’ultimo, il songwriting di mr. Perlepes sembra molto più uniforme e meno stucchevole, asservito completamente alla buona causa della band. Rispetto alle precedenti release, il nuovo capitolo discografico dei nostri, risente di una minore propulsione sinfonica, questo grazie ad un uso meno smodato delle tastiere dell’ospite John Raptus, da sempre quinto membro effettivo della band, nonché eterno co-produttore, questa volta confinate veramente ai margini, quasi un ritorno alle sonorità vintage dell’omonimo debutto, questo naturalmente per dare sempre più spazio alla sei corde del funambolico Angelo Perlepes capace di lanciarsi in assoli al fulmicotone e strepitose fughe, come nel caso dell’energica opening track “Show no mercy”, hard rock puro ed incontaminato sino la midollo, brano avvolgente ed accattivante che naturalmente paga il giusto dazio a band come Deep Purple, Elecric Sun e White Spirit in parte, dotato di una verve capace di fare resuscitare anche i morti, un po’ o come accade con la più easy “The quest”, caratterizzata da un parti di chitarra tanto incisive quanto particolari, o con “Treason” dove l’influenza di Uli Jhon Roth è evidente ad ogni passaggio. Lo strumentale “Weird” è un vero e proprio vademecum per il perfetto chitarrista, fra scale penta toniche sciorinate a velocità abbastanza sostenute, ed arpeggi elettro/acustici veramente da brividi, “I will fly” mette in mostra con disinvoltura la sua cadenza smaccatamente più heavy fra sprazzi di Rainbow Dio-era e Black Sabbath del periodo con Tony Martin dietro al microfono, diciamo fra “Eternal Idol” e “Tyr”, mentre la title track “Destiny” è quella più smoderatamente “commerciale”, con tanto di clavicembalo alla Stratovarius” e coro davvero catchy ed easy, comunque l’assolo dopo il bridge, è davvero da incorniciare, mentre tocca al roboante hard’n’heavy di “Till the end of time”, chiudere nel migliore dei modi questo fantastico ritorno. Sicuramente non saremo di fronte ad un capolavoro, tanti artisti tanti anni fa hanno fatto persino di meglio, comunque nulla togliendo ai vari Vinnie Moore, McAlpine, Chris Impellitteri e compagnia bella, anche l’amico Angelo Perlepes merita il giusto rispetto e la devozione che, chi vive per certa musica, sa benissimo d’avere dentro se.
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