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| Ramayana
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genere: Epic / Prog Metal
anno di pubblicazione: 2005
etichetta: Self Released
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voto: 7 |
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| Antiquus
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line up: Jesse White - vocals
Scott Unger - bass
Andrew Bak - drums
Trevor Leonard - guitar
Geoff Way – guitar
site: www.antiquus.net
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Dopo un periodo di contatti serrati, molti dei quali conditi da minacce di varia natura, naturalmente scherzo, riusciamo finalmente a mettere le mani sul debut album dei canadesi Antiquus band assorta a vera promessa in campo classic metal grazie all’opera prima “Ramayana” un album che, sin dal titolo alquanto mistico ed affascinante, emana un forte potere evocativo e che, grazie anche al concept che si cela dietro a sei di queste dieci tracce, ha il potere di condurre l’ascoltatore da un scenario legato all’antica India, sino alle soglie di una civiltà futura dello ciber spazio, riuscendo naturalmente ad ammaliare ascolto dopo ascolto. Provenienti dall’hinterland di Vancouver, per quanto io ne sappia, questi Antiquus arrivano dal nulla direttamente al debut album, dopo aver trascorso ben due lunghi anni della loro carriera fra la stesura delle songs e la registrazione ed il mixing finale delle stesse, un lavoro che si è protratto per tanti mesi, ma che alla fine ha dato i risultati sperati, portando i nostri ad uscire dall’anonimato, proiettandoli ai vertici dell’underground metal scene, grazie ad uno stile compositivo alquanto complesso ed elaborato che verte su partiture progressive/epic metal condensate su di un tessuto sonoro a volte molto ostico, altre piuttosto melodico, che naturalmente lasciano il segno nell’ascoltatore senza perdersi in autocompiacimenti come accade sempre più spesso con band di questa portata . Un ensamble che fa della ricercatezza sonora il proprio credo e che si prodiga al meglio per risultare il più personale possibile, a volte anche troppo, erigendo architetture sonore alquanto composite contraddistinte da un cantato molto teatrale ad opera del menestrello Jesse White abile nel sottolineare sia i passaggi più esasperati e drammatici che quelli più enfatici ed evocati. Amore per il linguaggio, la storia e la cultura si celano dietro i solchi di “Ramayana” un album che, come detto poc’anzi, viene diviso in due parti ben distinte con la prima comprendente le quattro tracce iniziali, e la seconda che narra proprio del concept sopra illustrato e che mostra il alto più introspettivo e letteralmente progressivo dei nostri. Brutale, agressivo, melodico, veloce, originale sono solo alcuni degli aggettivi che vengono in mente ascoltando brani del calibro dell’opener “Empire rising”, solido mid tempo cadenzato molto classico nel suo incedere epico e fiero che riporta alla memoria gli Iced Earth più ispirati soprattutto per quel che concerne il guitar sound, o sella seguente “Changing” che presenta una struttura portante molto maideniana, ma che si apre a soluzioni atmosferiche ben più pesanti, influenzate da un certo thrash bay area style, ma se da una parte troviamo una compiacente “Taunun Bridge” sulla quale svettano i riffs serrati dell’accoppiata Trevor Leonard/Geoff Way, e che presenta delle disgressioni nettamente progressive fra echi di Fates Warning e primi Queensryche, dall’altra a chiudere la prima parte dell’album, ci pensa la lunga cavalcata “Battle of Eylau” che si districa per ben undici minuti di durata, disegnando variegati affreschi sonori intrisi di un humus ancora una volta oscuro e dannatamente metallico che ha in Iced Earth, Sanctuary e nei connazionali Eidolon le vere muse ispiratrici. Il concept “Ramayana – an epic in six parts” si apre sulle note di “Ayodoha”, praticamente un solo di sitar che ci accompagna ad “A beautiful stag” song che alterna un incipit acustico e delicato, a la Jethro Tull meets Yes per intenderci, ad un crescendo molto più hard rock oriented che esplonde in un refraind dal vago sapore a la Rainbow/Deep Purple con il buon Jesse White che si lancia sulle orme del semi dio Glenn Huges. Nel compleso i brani riusltano tutti avvincenti, cangianti ed arrangiati con cura, complice anche una sezione ritmica versatile ed efficace che spadroneggia lungo una “The Hunt”, brano che si apre su di un poderoso riff di matrice heavy/power a scandire i passaggi alterati di una band sempre più a suo agio su territori musicali sempre più intricati ed integranti e che rendere il proprio suono ancora più corposo e metallico, nonostante l’incedere delicato di “Hanyman” che deraglia quasi subito su binari technical power metal fra passaggi progressivi e distorsioni dagli accenti più classicheggianti, così che sia “Sri Lanka” che il gran finale “He know makes the universe scream” si snodano fra arpeggi inquietanti, ripetuti cambi di tempo, riff intricati ed esplosioni metalliche dal grande potere evocativo. Una album sicuramente da prendere ascoltare e riascoltare, sempre se avrete la fortuna di farlo vostro, intricato ed originale quanto basta che se non altro ci presenta un nuovo ed agguerrito combo sul quale fare affidamento per il futuro, statene certi!!!
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